Suicidio assistito e responsabilità dei medici

da | Ultimo aggiornamento 20/05/2024 | Assicurazioni | 0 commenti

medico che tiene la mano ad un paziente

Il suicidio assistito rappresenta un tema complesso e delicato, che coinvolge aspetti etici, legali e medici. In Italia, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale del 2019 abbia delineato le condizioni per la liceità del suicidio assistito, l’assenza di una legge specifica crea incertezze e difficoltà nell’applicazione pratica.

Il suicidio assistito è un atto attraverso il quale una persona, nelle sue piene capacità cognitive, si autosomministra un farmaco letale per porre fine alle proprie sofferenze.

Suicidio assistito: obblighi e responsabilità dell’amministrazione sanitaria

A più di quattro anni dalla sentenza n. 242 del 2019 della Corte Costituzionale, che ha riconosciuto la liceità del suicidio assistito in determinate circostanze, manca ancora una normativa specifica in Italia. Questo ha portato a una situazione in cui molte persone si rivolgono alle aziende sanitarie per richiedere l’accertamento dei requisiti necessari, senza ottenere risposte adeguate.

Secondo i dati forniti dall’Associazione Luca Coscioni, sono sette i casi noti in cui si è richiesto il suicidio assistito: in uno di questi, la paziente ha ricevuto un diniego espresso per mancanza dei requisiti; in altri due casi, le ASL sono rimaste inerti nonostante la legittimità delle richieste fosse stata confermata dal giudice; tre istanze sono state accolte solo dopo l’intervento del Tribunale; infine, un caso è stato gestito spontaneamente dalla struttura sanitaria.

La sentenza n. 242/2019 della Corte Costituzionale ha imposto alle strutture sanitarie pubbliche di verificare la presenza dei requisiti per il suicidio assistito e di garantire la procedura necessaria, previo parere del comitato etico territoriale competente. Tuttavia, la mancanza di una legge specifica ha portato a interpretazioni diverse e resistenze nell’attuazione delle disposizioni. Le strutture sanitarie sono obbligate a garantire informazione adeguata, proporre supporto psicologico e presentare le alternative terapeutiche, come le cure palliative. Devono inoltre accertare la consapevolezza del paziente e ottenere il consenso informato.

La procedura prevede due fasi:

  • la prima riguarda la verifica dei requisiti di liceità del suicidio assistito;
  • la seconda si occupa della definizione del farmaco letale e delle modalità di autosomministrazione.

Questi obblighi, pur in assenza di una legge ad hoc, sono considerati inderogabili e devono essere conclusi entro 30 giorni, salvo proroghe necessarie per acquisire il parere del comitato etico. La giurisprudenza ha confermato che il riconoscimento di un diritto da parte dei tribunali, anche senza una legge specifica, non esclude la sua esigibilità nei confronti dell’amministrazione sanitaria. Le aziende sanitarie che si rifiutano di fornire queste prestazioni possono incorrere in responsabilità legali, inclusa la possibilità di essere citate per danni extracontrattuali.

Suicidio Assistito: la normativa

In Italia, questa pratica è stata resa possibile grazie alla disobbedienza civile di Marco Cappato, che ha assistito Fabiano Antoniani nel suo percorso verso il suicidio assistito.

La Corte Costituzionale, con la sentenza 242 del 2019, ha stabilito che il suicidio assistito può essere consentito in determinate circostanze, purché vengano rispettate alcune condizioni specifiche. La sentenza ha rappresentato un punto di svolta nella legislazione italiana, riconoscendo il diritto di scegliere di porre fine alla propria vita in presenza di sofferenze insopportabili e una malattia irreversibile. Tuttavia, questa pratica rimane soggetta a rigorose verifiche e procedure per garantire che la decisione del paziente sia libera, consapevole e informata.

L’iter del suicidio assistito in Italia

Per accedere al suicidio assistito in Italia, una persona malata deve rivolgersi a una struttura pubblica del Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Il processo inizia con la verifica dei requisiti stabiliti dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 242 del 2019. Tali requisiti includono: la presenza di una malattia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, la capacità del paziente di prendere decisioni libere e consapevoli e la dipendenza da un trattamento di sostegno vitale. Questa quarta condizione, in particolare, è stata recentemente ampliata per includere anche trattamenti come la chemioterapia, rendendo accessibile il suicidio assistito a un numero maggiore di pazienti. Dopo aver inviato la richiesta alla ASL competente, una commissione medica multidisciplinare valuterà i requisiti e indicherà il farmaco letale e le modalità di autosomministrazione. Inoltre, il paziente deve essere informato sulle sue condizioni e sulle possibili alternative, come le cure palliative e la sedazione profonda continua. Una volta completata questa fase, il fascicolo viene inviato al comitato etico territoriale per un parere, obbligatorio ma non vincolante per la ASL. Se i requisiti sono confermati, il paziente può decidere quando procedere con il suicidio assistito.

Differenza tra eutanasia e suicidio assistito

Sebbene eutanasia e suicidio assistito siano entrambe pratiche volte a porre fine alla vita di una persona su richiesta, vi sono differenze sostanziali tra le due.

Entrambe le pratiche presuppongono la volontà libera e consapevole del paziente di porre fine alle proprie sofferenze e raggiungere l’esito desiderato. Tuttavia, la differenza principale risiede nelle modalità di esecuzione e nel coinvolgimento di terzi. Nel caso del suicidio assistito, è il paziente stesso a somministrarsi il farmaco letale, mentre nell’eutanasia è un medico a somministrare il farmaco. In Italia, l’eutanasia è considerata un reato, mentre il suicidio assistito è consentito in determinate circostanze, come stabilito dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 242 del 2019. Questa distinzione è cruciale per comprendere il quadro legale e le implicazioni etiche delle due pratiche. La legislazione italiana, pur permettendo il suicidio assistito, impone rigidi controlli e verifiche per garantire che la decisione del paziente sia autonoma, informata e rispettosa delle normative vigenti.

Suicidio assistito: le implicazioni penali per il medico

Se già sul lato della responsabilità civile del medico gli orientamenti non sono costanti, anche nel caso del suicidio assistito in dottrina esistono diversi orientamenti. Il prevalente (vedi caso Welby), sancisce che l’obbligo del medico di curare il paziente fonda i suoi presupposti sul consenso del malato.

Qualora questo consenso venisse a mancare, sempre secondo questo orientamento, decade di conseguenza anche per il medico l’obbligo alle cure.

Questo passaggio implica però altri obblighi in capo al medico. In primis verificare quanto il malato sia consapevole di questa scelta e mettere in campo una “strategia di persuasione” per dissuaderlo, anche eventualmente con un’adeguata assistenza psichiatrica o psicoterapeutica.

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