L’uricemia è l’analisi con cui si misura la concentrazione di acido urico nel sangue. L’acido urico è il prodotto finale della trasformazione metabolica delle purine, composti che contengono azoto presenti in varie sostanze del nostro organismo, come ad esempio gli acidi nucleici (il DNA e il RNA). Le purine possono essere di natura endogena, per sintesi de novo, oppure esogene, cioè introdotte con la dieta.

Un aumento della concentrazione di acido urico (iper-uricemia) può essere causato da una sua sovrapproduzione nel corpo o da una diminuita capacità del rene di eliminarlo con le urine.

Bassi livelli di acido urico nel sangue sono molto meno frequenti e raramente sono causa di preoccupazione (per quanto possono essere associati alla malattia di Wilson che colpisce il fegato, o la sindrome di Fanconi che colpisce i reni).

Metabolismo dell’acido urico

L’acido urico è un acido debole (pKa di circa 5.75 nel sangue e 5.35 nelle urine). A pH fisiologico di 7.4, il 99% circa del composto totale si trova nella forma ionizzata di urato. Gli urati sono largamente presenti nel plasma, nei liquidi extracellulari e nel liquido sinoviale sotto forma di urato monosodico. Il plasma è saturo ad una concentrazione di urato monosodico pari a 6.8 mg/dl a 37°C, mentre a concentrazioni superiori è sovrasaturo; si creano quindi le condizioni per i cristalli di urato. La concentrazione degli urati nel plasma varia con l’età e il sesso del soggetto.

Uricemia: valori di riferimento

Nella maggior parte dei bambini l’uricemia è compresa tra 3 e 4 mg/dl (questi valori tendono ad aumentare nei maschi durante la pubertà, mentre restano bassi nelle femmine fino alla menopausa).

L’adulto maschio ha normalmente una quantità di urato corporea di circa 1200 mg, il doppio di una donna. Questa differenza può essere spiegata da una maggior escrezione renale di urato nelle donne in età fertile dovuta all’azione degli estrogeni.

I valori medi di riferimento dell’acido urico nel sangue sono:

  • 1-8.5 mg/ml sangue nell’uomo
  • 0-6.6 mg/ml di sangue nelle donne

I valori dell’uricemia variano anche in relazione a:

  • Altezza
  • Peso
  • Pressione arteriosa
  • Funzione renale
  • Assunzione di alcol
  • Alimentazione

Quotidianamente con gli alimenti ne introduciamo in media 100-200 mg; più rilevante è la quota di produzione derivante dal metabolismo endogeno (600-700 mg) con una produzione totale di circa 700-900 mg al giorno. La concentrazione di urati nell’organismo è il risultato del rapporto tra la quantità di urati prodotta e quella escreta.

La produzione degli urati dipende dal contenuto purinico della dieta e quindi dalla velocità dei processi biosintetici, dalla degradazione e dal recupero delle purine.

Occorre prescrivere l’esame dell’uricemia in caso di:

  • Dolori articolari o altri disturbi associati (gotta)
  • Chemioterapia o radioterapia
  • Calcoli renali
  • Donne in gravidanza (per valutare un’eventuale preeclampsia)
  • Alcolismo
  • Deficit di glucosio-6-fosfato deidrogenasi
  • Intossicazione da piombo
  • La psoriasi (per uno sfaldamento delle cellule dell’epidermide)

Iperuricemia ed il consumo di carne rossa

Le persone con alti livelli di acido urico nel sangue sono iperuremici ed una dieta a basso contenuto di purine può aiutare. Gli operatori sanitari raccomandano spesso una dieta a basso contenuto di purine per le persone che hanno la gotta, calcoli ai reni o un disturbo simile.

Per tenere sotto controllo l’uricemia è opportuno evitare:

  • selvaggina
  • carne rossa
  • animelle (fegato, polmone, reni e timo)
  • alimenti di mare (tonno, sardine, acciughe, aringhe, cozze, baccalà, capesante, trote.

Il paziente deve quindi ridurre drasticamente l’utilizzo di cibi ricchi di purine (come la carne rossa), ridurre l’assunzione di alcool e aumentare l’assunzione di acqua, anche per preservare la funzione renale.

Consumare carne è davvero così dannoso per l’uricemia?

La prestigiosa rivista scientifica “Lancet” pubblica uno studio che chiarisce una posizione “fuori dal coro”. I ricercatori sono convinti vada cambiato l’approccio nella comunicazione che riguarda la salute pubblica, diffondendo messaggi che si focalizzino maggiormente sugli alimenti da integrare per promuovere una dieta sana e bilanciata, piuttosto che su quelli da demonizzare.  Si tratta del “Burden of Disease Study” pubblicato sullo stesso Lancet, che prende in esame i dati sull’alimentazione in 195 Paesi tra il 1990 ed 2017, relativi a 15 cibi consumati in quantità più o meno elevate.

Lo studio valuta l’impatto complessivo dei diversi nutrienti sulle patologie croniche legate all’alimentazione, dalle malattie cardiovascolari, al diabete fino ai tumori. Lo studio ha reso evidente come nei Paesi ad alto benessere socio-economico (fra i quali l’Italia), la mortalità per cause alimentari è in relazione all’eccessivo consumo di sodio e ad un’insufficiente assunzione di cereali integrali, frutta fresca e secca, semi vegetali e alimenti ricchi di omega 3 e fibre.

Le carni rosse e trasformate, il cui eventuale consumo eccessivo, per altro non consigliato, si trova al penultimo posto trai fattori di rischio connessi con l’alimentazione.

(Fonte: Institute for Healt Metricsand Evaluation GBD 2017; Health effects of dietary risks in 195 countries, 1990-2017: a systematic analylisis for the Global Burden of Disease Study 2017)