Ciao! Mi chiamo Giuseppe Ranaldo, ho 35 anni e sono di Roma. Ho frequentato l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” laureandomi in Odontoiatria. Sono uno sportivo, mi alleno spesso e pratico arti marziali da tutta la vita ma sono appassionato anche di cinema e teatro. Attualmente convivo con la mia fidanzata e abbiamo un cagnolino.

Perché hai scelto di diventare dentista?

Sono un “figlio d’arte”: i miei genitori hanno da sempre uno studio dentistico e mi hanno trasmesso la stessa passione per questa professione che ho imparato ad amare giorno dopo giorno.

Di cosa ti occupi ?

Dopo la laurea ho avuto l’occasione di fare tanta gavetta in vari studi dove ho avuto la possibilità di imparare moltissimo, adesso mi sono dedicato alla professione di consulente, specialmente chirurgo a Roma e provincia.

Raccontaci della tua esperienza all’estero: dove sei stato? Perché hai scelto di partire?

Sono stato in Kenya, in un villaggio che si chiama Mhadiri insieme a S.M.O.M Onlus, un’associazione di odontoiatri volontari in giro per il mondo. Ci sono stato per due mesi e mi sono occupato principalmente di formare il personale del posto e di curare i pazienti. In paesi come l’Africa, le associazioni di volontariato hanno infatti l’obbiettivo primario di insegnare ai medici del posto le tecniche più avanzate in modo che possano poi continuare il lavoro in modo autonomo.

A Mhadiri la struttura in cui mi trovavo era una sorta di Campus recintato e sorvegliato, fornito di un vero e proprio ospedale con tutti i reparti, dove si trovava anche una sorta di clinica odontoiatrica in una piccola casupola. C’erano diversi alloggi, sia per i volontari e gli infermieri ma anche per il personale di passaggio che, dato l’isolamento del posto, non poteva tornare a casa dopo il tramonto. Era inverno e il buio calava molto presto; la giornata lavorativa quindi iniziava all’alba e finiva a metà pomeriggio in modo da garantire ai pazienti di poter tornare alle proprie abitazioni con ancora la luce del sole. Nel campus l’illuminazione veniva garantita da un generatore a benzina ma, data la scarsa visibilità e la paura di fare brutti incontri con la fauna selvatica, si evitava di andare in giro con il buio. La decisione di andare così lontano è nata dal desiderio di vedere il mondo e dalla voglia di migliorare le mie capacità come odontoiatra. In Africa, come in altri luoghi simili, si possono trovare casi clinici che di rado capiterà di affrontare in Italia e quindi a livello medico è stato estremamente interessante e stimolante.

 

Com’è cambiata la tua vita nel nuovo Paese? Quali difficoltà hai affrontato? Che differenze ci sono rispetto all’Italia?

La vita in Kenya cambia radicalmente rispetto alle abitudini che si possono avere in Italia, specialmente per via dei ritmi della giornata che non sono scanditi dall’orologio ma dai movimenti del sole; ti svegli presto e vai a dormire ancora prima, intorno alle otto di sera, e presto ci si fa l’abitudine. Il clima invernale del Kenya è l’ideale: se si evita la stagione delle piogge si possono trovare 24/26 C° per tutta la giornata. La vita per noi volontari è sicuramente più facile che per gli abitanti del posto: eravamo coccolati dalle cameriere e dalle cuoche della struttura che ci cucinavano i piatti semplici e gustosi tipici della cucina kenyota a base di riso, carne e fagioli. La comunicazione era agevole, la loro seconda lingua ufficiale è l’inglese che è parlato correttamente: non ci sono state difficoltà in questo senso. La sanità in Kenya è quella che ti puoi aspettare da un paese africano; non è paragonabile all’Italia ma quando ti trovi in quelle situazioni cerchi di dare del tuo meglio e ti accontenti delle risorse che hai.                                                                   

Cosa ti aspetti dal tuo futuro?

Per il momento qui in Italia ho moltissimo lavoro e sono sempre impegnato, altrimenti ripartirei subito per questa esperienza. Mi sono informato anche per altre mete ma quando si va nel terzo mondo le precauzioni da prendere sono tante e non vale la pena per una sola settimana, bisogna avere una buona disponibilità di tempo.

Cosa ti senti di consigliare a chi sta pensando di fare un’esperienza all’estero?

Consiglierei a tutti di mettere da parte qualunque remora o paura dovute all’andare in un paese straniero, da soli e senza conoscere nessuno; lo shock culturale del trovarsi in un nuovo paese con tradizioni e abitudini completamente diverse dalle tue può essere spiazzante ma è un’esperienza assolutamente da fare, ti dona tantissimo ed è un  momento di crescita, sia umana che professionale. Questo viaggio  mi ha aperto gli occhi e mi ha consentito di misurare le cosiddette emergenze sanitarie che viviamo qui in Italia con un metro diverso. Sono riuscito a dare il mio contributo che, per quanto piccolo, mi ha dato una grande gratificazione.  Ho tanti bellissimi ricordi che potrò portare sempre con me.

                                                                                                                FOCUS KENYA

CAPITALE: Nairobi

ABITANTI: 40.512.682 

LINGUA: Inglese, swahili

MEDICI PER 1000 ABITANTI: 0,18

SPESA SANITARIA TOTALE PRO CAPITE: 83,5$

Il Kenya ha registrato negli ultimi anni degli importanti tassi di crescita economica che lo rendono il paese dell’Est Africa con maggiori possibilità di sviluppo. Negli ultimi 25 anni l’aspettativa di vita è aumentata di molto, passando da 45 a 60 anni; ha ridotto la mortalità infantile e l’incidenza dell’HIV/AIDS nella popolazione, grazie all’aumento della spesa per la salute e per l’educazione. Nonostante i passi avanti che si sono fatti, le malattie virali sono ancora molto presenti; stanno avendo sempre maggior peso le patologie non trasmissibili come tumori e i problemi cardiovascolari, dovuti allo stile di vita e alle condizioni ambientali; sono riemerse anche affezioni che si credevano debellate come la polio e il dengue. Il principale obiettivo del sistema sanitario kenyota è di raggiungere la copertura medica universale; a questo scopo il Governo Nazionale ha decentrato il sistema di erogazione dei servizi e la distribuzione delle risorse, facendo importanti investimenti nel controllo delle malattie trasmissibili e per la prevenzione delle malattie legate al fumo. Il Kenya ha ancora molto lavoro da fare per quanto riguarda le emergenze sanitarie, il miglioramento dei servizi e le competenze del personale sanitario, ma è decisamente sulla buona strada.